Gioielli e culti

Per millenni i gioielli dell’Asia Centrale furono inseparabili da rituali e culto.

Il gusto per le composizioni che unisce alla brillantezza del metallo argenteo l’acceso colore delle gemme, come perle, corallo e turchese, fu il tratto primario che accomunò la gioielleria persiana, centro asiatica e turca. Le superfici sbalzate, martellate o arricchite da fregi filigranati accentuavano la luminosità e la mobilità dell’argento dorato, creando un delicato legame cromatico con le pietre colorate, in particolare con il corallo. Questa gemma purpurea, tesoro mediterraneo, riuscì a sedurre l’immaginario del nomadi del deserto. Fu la sua tinta sanguigna insieme alla sua origine indefinita e misteriosa e alla sua durevolezza a farlo identificare con la forza vitale, con virtù simboliche e magiche ed una funzione propiziatoria e apotropaica, molto vicina alla tradizione popolare europea. Gli antichi culti, precedenti alla conversione musulmana, concepivano l’ornamento come un oggetto caricato di poteri magici che agisce sulle forze invisibili. Il corallo cominciò ad essere considerato un amuleto protettivo e un talismano portatore di forze positive, oltre che riconosciuto per il suo valore come merce di scambio.

Gli artigiani orafi, zargar, le loro botteghe e i gli strumenti del mestiere erano considerati realtà sacrali. La costante esposizione alla “sacra fiamma”, ai preziosi metalli e alle pietre, i motivi ornamentali, le forme pregne di simbolismi e l’uso dei gioielli stessi, tutto era considerato come un processo ritualistico. Gli zargar erano tenuti in alta considerazione non solo dalla popolazione, ma dagli stessi Khan.

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