Alessandro Magno, Dioniso e l’incendio di Persepolis

Un giorno d’inverno del 330 a.C. Alessandro Magno percorse l’itinerario del “Corteo delle Nazioni”, le delegazioni che tutti i popoli della Persia mandavano ad onorare il “Re dei Re” nella città di Persepolis, il cuore dell’impero achemenide di Dario il Grande e dei suoi successori.

Dopo la decisiva vittoria di Gaugamela, Alessandro aveva sconfitto l’ultimo dei re Achemenidi, Dario III, e aveva iniziato a percorrere il suo nuovo impero.
Già a Babilonia, a Ecbatana e a Susa, Alessandro aveva trovato città ricche, regge lussuose e somme immense, ma Persepolis era nata dalle fatiche di tante genti diverse e aveva raccolto le ricchezze di ogni regione del vasto impero: le montagne del Libano avevano inviato gli alberi di cedro, il Gandhara il legno di teak, la Battriana l’oro, la Sogdiana i lapislazzuli e la corniola, la Corasmia i turchesi, l’Egitto l’ebano e l’argento, la Ionia gli ornamenti dei muri, l’Elam le colonne di pietra, l’India e la Nubia l’avorio. Tutti questi materiali erano stati trasportati a dorso di cammello o asino o sui ponti delle piccole navi babilonesi e fenicie e lavorati da orafi e tappezzieri medi ed egiziani, intarsiatori di Sardi, scultori della Ionia, muratori artisti di Babilonia.

Alessandro entrò nelle due Sale delle Udienze e del Trono, una selva di colonne per migliaia di metri quadri, dal soffitto alto venti metri e dove ancora campeggiava il trono del re.
Tutto l’impero che aveva conquistato era lì, visibile nei bassorilievi lungo i muri e le scale: migliaia di guardie in fila mostravano turbanti a strisce, archi e faretre e lance, seguivano i nobili persiani e medi, con un fiore di loto in mano, e poi la processione di tutte le nazioni assoggettate. Armeni che portavano in dono un cavallo con un pennacchio, Lidi con vasi e coppe di metallo e un carro da guerra, Sogdiani con caproni, Indiani con polvere d’oro, Parti e Battriani con un cammello, Babilonesi con uno zebù.

Pochi mesi dopo tutti i palazzi di Persepolis furono distrutti da un incendio: in poche ore l’opera di due secoli fu distrutta: arsero le travi di cedro del Libano, i velami e le tappezzerie, calcinarono le pietre, sciolsero gli ori e gli argenti di statue, trono e porte, i vasi da cerimonia, caddero le alte mura trascinando le colonne.

Secondo alcuni storici Alessandro avrebbe voluto così vendicare i santuari bruciati ad Atene e in Grecia, l’incendio di Efeso e le distruzioni di Babilonia inferte dai Persiani.
Questa versione sembra ormai però inverosimile: Alessandro Magno non combatteva più solo in nome della Grecia, ma desiderava raccogliere anche su di sé la tradizione persiana, di cui Persepolis era l’emblema.
Sembra possibile invece che quella notte Alessandro fosse a banchettare coi suoi generali ed amici, filosofi e scienziati, mentre attori, suonatori e ballerine entrarono nella Sala del Trono. Si formò una processione in onore di Dioniso, con corone di fiori e fiaccole accese, causa in breve tempo del divampare del terribile incendio.
Alessandro era stato iniziato da giovane da sua madre ai misteri, ai banchetti rituali e alle orge dionisiache e Dioniso era un suo modello, al quale dedicava notti e giorni di rapimenti ed ebbrezza.

Così due fuochi si erano confrontati a Persepolis: il fuoco orgiastico, delirante e tumultuoso di Dioniso e di Alessandro aveva sopraffatto il fuoco puro e immacolato custodito nelle torri di calcare dai sacerdoti persiani e di Zoroastro.

 

 

Tratto liberamente da:  Alessandro Magno – Pietro Citati

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